(Adnkronos) - Nessuna prova scientifica contro Sebastiano Visintin, indagato per l’omicidio della moglie Liliana Resinovich, una traccia di Dna maschile ignoto da approfondire e la pista del suicidio che resta un’ipotesi valida. Gli avvocati Alice e Paolo Bevilacqua, difensori dell’unico indagato per la scomparsa della 63enne di Trieste, cercano di mettere ordine nelle ultime novità sulla perizia su tracce biologiche e profili genetici disposta dalla giudice per le indagini preliminari Flavia Mangiante, relazione che sarà discussa in aula il prossimo 30 ottobre e che ora viene approfondito dai consulenti delle parti.
Gli accertamenti hanno evidenziato la presenza di una traccia "riconducibile a un soggetto allo stato ignoto", sui jeans e il sacchetto che copriva i piedi della vittima, "il cui significato e la cui eventuale rilevanza nella ricostruzione dei fatti richiederanno di certo ulteriori approfondimenti" spiegano i legali. "Particolare rilievo assume il mancato rinvenimento di Dna riconducibile a Sebastiano sul cordino che avvolgeva il collo di Liliana. Si tratta di un dato scientifico che questa difesa ritiene meritevole della massima attenzione, soprattutto in relazione al capo d’incolpazione provvisorio" si evidenzia nella nota. Se l’assenza di una traccia genetica non consente, da sola, conclusioni definitive, la circostanza "non può essere trascurata e deve trovare adeguata considerazione nella valutazione complessiva degli elementi investigativi".
Per i difensori, l’iniziale ipotesi del suicidio - poi archiviata dalla Procura di Trieste - merita ancora "un’attenta valutazione, potendo suggerire una situazione di particolare difficoltà attraversata dalla donna, senza che ciò consenta di trarre conclusioni definitive sulle cause e sulle modalità della sua morte", così come occorre "approfondire ogni ulteriore elemento emerso dagli accertamenti, a cominciare dalla traccia riconducibile a un soggetto allo stato ignoto". Una prova scientifica, la cui importanza "non deve far dimenticare la complessità e i possibili limiti interpretativi, soprattutto in materia di genetica forense. Ogni elemento deve quindi essere sottoposto alle verifiche necessarie e valutato nel contesto complessivo delle risultanze investigative". L’obiettivo "non è individuare a ogni costo un colpevole né confermare un’ipotesi già formulata, ma avvicinarsi il più possibile alla verità storica dei fatti, nel rispetto della vittima e dei diritti dell’indagato" concludono gli avvocati Bevilacqua.
"L’auspicio è che questa vicenda non si trasformi in un nuovo caso Garlasco sul piano mediatico, nel quale il clamore rischi di sovrapporsi al necessario rigore dell’accertamento giudiziario. La ricerca della verità richiede equilibrio, rispetto e responsabilità, tanto nei confronti della vittima e dei suoi familiari quanto nei confronti di chi, allo stato, è soltanto indagato e deve poter beneficiare pienamente della presunzione di innocenza", affermano ancora gli avvocati. "Riteniamo doveroso ricordare - spiegano in una nota - che il processo penale si celebra nelle aule di giustizia, non negli studi televisivi né sulle pagine dei giornali. Il legittimo diritto di cronaca non deve trasformarsi in un processo mediatico, alimentato da ricostruzioni parziali, interpretazioni premature o giudizi anticipati".
